Archeologia e Antropologia

Recupero e studio dei resti umani

 

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Scavi al Lazzaretto con le tecniche del Ris

Immaginatevi una sequenza di "Csi-Scena del crimine" in piena laguna: tecniche sofisticatissime per indagare su ogni minimo indizio lasciato... secoli fa. Non si tratta del set veneziano della nota serie americana, né, per fortuna, di un fatto di cronaca nera appena scoperto. Qui la scoperta è, sì, recentissima, ma riguarda un evento di mezzo millennio fa. All'isola del Lazzaretto nuovo si è appena rinvenuto un cimitero del '500 e quest'estate sarà studiato con tecniche assolutamente innovative, simili a quelle della "scientifica" di Csi, appunto, o del nostrano Ris di Parma.

Ad introdurre per primo in Italia queste tecniche è un giovane archeologo di La Spezia, Matteo Borrini, che da 14 anni collabora con l'Archeoclub veneziano, laureato in archeologia e antropologia forense: oltre a compiere scavi archeologici lavora infatti per la Procura della Repubblica nelle indagini su ritrovamenti di cadaveri, ossa, teschi, recenti e non.

Il campo all'isola del Lazzaretto sarà uno dei primi in assoluto a sperimentare nel nostro Paese le tecniche dell'archeologia, combinate con l'antropologia forense. Come sulle scene di un crimine attuale anche in questo scavo si studierà ogni genere di indizi, eventuali reperti organici (come ad esempio i capelli) o particolari insetti, fino alla morfologia delle ossa. Da tutti questi indizi si ricaveranno notizie preziose sulla storia dei ritrovamenti appena venuti alla luce.

Iscrizioni anche dagli Usa. Così avverrà nella zona del "Campo santo" appena rinvenuto all'isola del Lazzaretto nuovo, con lo scavo di ricerca antropologica che si terrà dal 9 al 15 luglio. Le iscrizioni sono aperte a studenti, tirocinanti universitari e laureati, che siano però già in possesso di esperienza in campo archeologico ed antropologico. E per parteciparvi sono già arrivate richieste dagli Stati Uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Lo scavo fa parte delle iniziative (vedi box sotto) promosse dall'Archeoclub di Venezia, presieduto da Girolamo Fazzini e dall'associazione Echos, concessionaria dell'isola del Lazzaretto Nuovo. Si tratta di campi didattici e di ricerca organizzati in collaborazione (e rigorosa supervisione) della Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto (Nausicaa), con il patrocinio del Centro internazionale di ricerche archeologiche.

L’epidemia di peste. Il campo di ricerca che si svolgerà nell'area del "Campo santo" si riferisce a una scoperta fatta di recente. «E' stata rinvenuta una sepoltura che si può riferire alla pestilenza del Cinquecento», spiega Matteo Borrini, che sarà direttore di questo scavo. La pestilenza è quella legata al voto della chiesa del Redentore: nel 1575 Venezia fu colpita da una epidemia fortissima e nel 1576, vedendo che non accennava ad attenuarsi, la Serenissima deliberò un voto: se la città fosse stata liberata dal morbo avrebbe eretto una chiesa dedicata al Redentore. E così fu: la basilica - costruita dal Palladio alla Giudecca - fu consacrata nel 1592.

In quei due anni di epidemia l'isola del Lazzaretto nuovo venne utilizzata come ospedale e, nel caso di decessi, anche come cimitero: «In quell'isola si era posti in quarantena, ma di solito non si moriva. Qui - spiega Borrini - venivano condotte le navi che giungevano a Venezia da località, soprattutto dell'Oriente, ritenute pericolose. C'era un medico alla Punta della Dogana che disponeva, quando riteneva vi fosse pericolo di contagio, la quarantena delle navi al Lazzaretto. Attorno all'isola venivano ormeggiate le imbarcazioni, mentre i marinai soggiornavano per quaranta giorni nelle cellette predisposte. Passato il periodo, potevano sbarcare a Venezia. Chi invece si ammalava veniva trasferito all'isola del Lazzaretto Vecchio». Tutto questo venne stravolto con le due pestilenze, quella del '500 e quella del 1630 (legata al voto che portò alla costruzione della Basilica dedicata alla Madonna della Salute): «Data la grande quantità di ammalati fu necessario utilizzare anche il Lazzaretto Nuovo per i ricoveri». Ed è in questo contesto che, giungendo diversi casi mortali, fu necessario aprire un "cimitero", in realtà poco più di una fossa comune. L'esistenza di un'area di sepoltura nell'isola era nota, perché un'antica mappa del Lazzaretto Nuovo portava la dicitura "Campo santo". Ora quell'area è stata portata alla luce: «Lo scavo preliminare è stato fatto in aprile e sono venuti alla luce i primi resti. Abbiamo individuato almeno cinque corpi, ma sicuramente sono molti di più», spiega Matteo Borrini che per lo scavo preliminare si è avvalso dell'aiuto di quattro giovani collaboratrici: Nancy Franchi, Chiara Spinazzi, Alice Mora, Manuela Vallarino.

L’indizio della pipa chioggiotta. I primi "indizi" degli scavi preliminari hanno potuto definire l'epoca a cui risalgono i corpi. «Abbiamo escluso la pestilenza del Seicento e riteniamo che le sepolture si riferiscano all'epidemia del secolo prima», spiega Borrini. L'indizio determinante è in realtà un tassello mancante, vale a dire che, accanto alle ceramiche rinvenute, mancano del tutto le pipe chioggiotte, particolari modelli di pipa in terracotta, con la canna di legno: «Ce ne sono in abbondanza in altri campi di sepoltura e in altre isole, mentre qui mancano. E poiché le pipe chioggiotte risalgono al Seicento, abbiamo retrodatato i ritrovamenti. Poi, naturalmente, i documenti storici hanno supportato questa tesi».

La scena del “crimine”. La storia delle sepolture del Lazzaretto Nuovo è però ancora tutta da scrivere. Ed è qui che entrano in gioco le innovative tecniche dell'antropologia forense: «Come se si trattasse della scena di un crimine utilizzeremo i moderni accorgimenti, come il luminol o gli ultravioletti, per individuare tracce che normalmente non si vedono. Cercheremo di raccogliere tutti gli indizi possibili. Ad esempio dai capelli, se ne troveremo, oppure dagli insetti: possono essere rimaste delle larve nei cadaveri e noi potremmo risalire da queste ai mesi nei quali quei cadaveri furono sepolti».

Serena Spinazzi Lucchesi

 

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