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Dopo sessant’anni si scava nelle foibe della Spezia
La notizia è fresca ed esplosiva, anche se i
corpi di cui giovedì scorso la Commissione sicurezza pubblica della Spezia ha
autorizzato il recupero, hanno più di sessant'anni. Sono quelli gettati dai
partigiani nella foiba spezzina di Campastrino, località San Benedetto, comune
di Riccò del Golfo. Militari tedeschi e italiani uccisi dopo la Liberazione e
spinti nella foiba a clessidra. Le ossa scivolano nella strozzatura,
s'incastrano, precipitano e spariscono nel buio della terra. Qualcosa è stato
recuperato in passato, ma molti sono ancor lì. «Inaccettabile» aveva gridato
Marco Pirina, presidente del Centro Studi e ricerche storiche Silentes Loquimur
di Pordenone (www.silentesloquimur.it), informato da Lorenzo Martinelli, un
altro che non ha mai mollato su Campastrino, che ha invitato tempo fa l'autorità
tedesca a rendere omaggio a suoi morti, che vuole tirarli fuori in un modo e
nell'altro.
«Una vittoria grande-esulta Pirina, portavoce consulente storico del Comitato
nato attorno a Campastrino-ottenuta addirittura in tempo di elezioni. Noi
eravamo pronti a farlo personalmente. Nel comitato c'è una squadra di tre
speleologi più uno, coordinati da Martinelli; ci sono io e c’è il professor
Matteo Borrini, antropologo forense e docente universitario». Questi signori da
tempo battagliano con il Commissariato Onoranze Caduti del Ministero della
Difesa per avere attenzione sull'argomento. «All'inizio una palese frenata -
racconta Pirina - Sono morti scomodi. Appartenevano a reparti tedeschi di
batteria costiera che avevano come serventi sei marò della X Mas».
Pirina s'attacca al telefono, spiega all'Onor Caduti che il comitato avrebbe
proceduto a sue spese al recupero, avrebbe avvertito la Procura e consegnato il
tutto ai carabinieri. Silenzio. «C'è chi dice che sono stati lì 60 anni, giorno
più giorno meno non sarebbe cambiato nulla». Il comitato si scalda: «sono corpi
all'aria». Ancora telefonate e silenzi. «Dichiaro che saremmo andati avanti da
soli. Dopo poco arriva la chiamata del generale Egidi, trait d'union tra la
vecchia e nuova gestione dell'Onor Caduti. M'informa della richiesta di
convocazione immediata della Commissione sicurezza pubblica della Spezia per
individuare la data del recupero. Il commissariato onoranze darà anche un
contributo economico». Il resto a carico del comitato. Giovedì scorso a sorpresa
il placet della Commissione, con il colonnello Salomoni, comandante carabinieri
della Spezia, che sollecita Pirina a fornirgli subito i dati della equipe pronta
per l'operazione. Squadra che sarà supportata da una artificiere per gli ordigni
inesplosi gettati nella foiba. Significativa la presenza di Borrini, «che
potrebbe risolvere una serie di enigmi collegati ai corpi. Con i passi avanti
fatti dall'antropologia forense, dalle ossa è possibile risalire alla
nazionalità e tracciare un profilo fisico individuandone altezza, colore dei
capelli ed età. Se ci sono ossa di italiani, facciamo presto a trovare le
famiglie».
La storia di Campastrino, oggi divorata dal bosco, l'aveva già ricostruita, poco
prima di morire, Giacomo Zanelli, ufficiale del Regio Esercito e poi della X
Mas. Tutto era partito da una comunicazione anonima che svelava la presenza di
una foiba dove sarebbero stati gettati militari tedeschi e italiani uccisi dopo
la Liberazione. Zanelli riferisce del presidio tedesco, una cinquantina di
militari in tutto, che tra il 24 e il 25 aprile vennero circondati dalle forze
partigiane. Due giornate di combattimento e la resa dei tedeschi. Riferisce
ancora che i partigiani catturarono i 33 superstiti, di cui 3 italiani della
marina nera di stanza a Portovenere e li gettarono nella foiba a 200 metri dal
presidio. Quasi trent'anni dopo, la soffiata. Parte una ricognizione. Gli uomini
di Zanelli arrivano alla foiba, scoprono ossa di uomini e animali. Rendono
pubblica la scoperta, finché il 19 novembre 1972 i carabinieri chiedono
l'intervento di speleologi genovesi. Tirano su ossa e piastrine numerate con
nome e cognome. Truppe di fanterie e altri militari. Zanelli e gli altri
sistemano i resti in una cassetta di zinco che consegnano al parroco di San
Benedetto, don Giancarlo Furno. Che benedice le spoglie e le nasconde in
sacrestia. Viene informato l'ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca che
passa la pratica al servizio per le onoranze ai caduti germanici, sede a Roma,
per le misure necessarie. Prendono la cassetta e la seppelliscono nel cimitero
sulla Futa, tra Firenze e Bologna. Faccenda da maneggiare con attenzione negli
anni 70. La foiba ricade nell'oblio. Fino a quel bisogno di chiarezza e dignità
che torna. Con l'avvocato e storico Emilio Guidi che mette insieme le carte e
studia le fotografie. Con Lorenzo Martinelli, consigliere comunale di Riccò,
determinato a riaprire la storia e la foiba. È lui, la scorsa estate, a
richiamare l'ambasciatore tedesco. Sono lui e Guidi e gli altri a creare il
comitato e a mettere in pista Pirina. Giovedì «finalmente la grande vittoria»:
l'autorizzazione al recupero di quei corpi cui dare un nome e un sepolcro.
Maria Vittoria Cascino - Il
Giornale 23 maggio 2007
NOTA: La responsabilità circa eventuali
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da riferirsi agli autori degli stessi. Gli articoli vengono riportati così come
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